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Vania Lucia Gaito

Storia di un prete innocente

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«Quello che importa alla Chiesa è controllare la gente, portare avanti una sorta di evangelizzazione che non ha niente a che vedere con Cristo. Quello che vogliono è portare tutti sotto il grande mantello della Chiesa, in modo da avere potere e continuare ad averlo. È un potere che dura da duemila anni. Questo è il senso che danno all’evangelizzazione. E anche il sacerdote stesso è una vittima di questa mentalità, che gli viene inculcata fin da bambino, una vittima di plagio. Nessuno crede veramente in questo sistema. Certo, si può anche incontrare il prete che crede veramente in Dio e ha trovato il modo, togliendo la Chiesa di mezzo, di vivere il suo sacerdozio con una carità concreta. Ma quanti sono? La Chiesa che vuole il Vaticano, la Chiesa che vogliono i vescovi, è la Chiesa delle messe, delle processioni, dei battesimi, dei matrimoni, delle confessioni, la messa quotidiana, binare…»
«Binare? Che cosa vuol dire binare?»
«Vuol dire celebrare due messe nello stesso giorno. La metà delle offerte ricevute la si deve dare al vescovo. C’è una quota minima ben precisa, quindici euro, che il fedele paga per mandare in paradiso il proprio caro defunto. Quindi se si celebrano due messe al giorno, al vescovo vanno almeno quindici euro al giorno. In una diocesi come quella dov’ero io, con trecento preti, i soldi che arrivavano al vescovo se li immagina? È un sistema per far soldi. Un vescovo si arricchisce, con queste cose. Tanto chi lo va a controllare? Il vescovo può fare tutto quello che vuole. C’è l’economo diocesano, è vero, ma solo per quanto riguarda i beni immobili della diocesi. Il denaro sfugge. È chiaro che se ci son debiti, il Vaticano deve intervenire per evitare lo scandalo, ma non è che controlli cosa fa ciascun vescovo. Il vescovo di suo ha già uno stipendio molto alto, sui tremila euro, a fronte di un prete che ne guadagna tra i settecento e gli ottocento. Il vescovo va nelle parrocchie ogni sabato e ogni domenica, celebra a destra e a manca, e ogni volta perché venga bisogna mettergli in una busta cento, centocinquanta euro.Quindi tra stipendio, binazioni, offerte che prende in giro, non si ha idea di quel che guadagna un vescovo: quando un vescovo va in pensione, ha denaro sufficiente per sé e, se avesse dei figli, per i suoi figli e i suoi nipoti. Sono soldi personali del vescovo, soldi suoi. Non è obbligato a metterli in diocesi. Può per esempio comprare un palazzo e regalarlo. O tenerlo anche per sé. Chi lo controlla? Tant’è che il vescovo può permettersi il personale di servizio, o cambiar macchina ogni due o tre anni. Il mio ne ha cambiate quattro o cinque in pochissimo tempo! Senza contare che il personale di servizio del clero, una cameriera, un autista, un giardiniere, ricevono dal vescovo solo lo stipendio netto: i contributi glieli paga la Conferenza episcopale italiana, con i fondi dell’otto per mille.»
«Ma se una diocesi è in difficoltà, il vescovo non ha il dovere di intervenire?»
«Certo, ma sempre con i fondi dell’otto per mille, non con i suoi soldi. Il vescovo gestisce un potere economico infinito, perché gestisce i soldi che vanno a lui, e questi sono tutti suoi. Poi ci sono i soldi della diocesi, le rendite dei palazzi, degli appartamenti, degli altri immobili, le libere offerte, l’otto per mille… E sono tutti soldi che il vescovo gestisce a sua discrezione.»

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).