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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

Storia di una provinciale a una mostra moderna

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Io sono provinciale.

Lo dico subito, a scanso di equivoci, così non si creano fastidiosi fraintendimenti. 

Da provinciale, ci son cose che non capirò mai. Forse perché sono troppo lontane dalla mia cultura, non mi appartengono. Per dire, non capisco queste cucine da masterchef, con quattro rigatoni conditi con la gomma da masticare o con un tuorlo d’uovo crudo in mezzo al piatto, solitario come Soldini in mezzo all’oceano, che occhieggiano tristezza fra gli infiniti complimenti dei radical chic.

Per me, nipote di una nonna che i cinquanta grammi di pasta li metteva nel piatto per sentire se era giusta di sale, faccende come le cruditès, la nouvelle cuisine, i ravioli al tofu e i cannoli destrutturati senza ricotta, più che alla genialità gastronomica si avvicinano alla scelleratezza culinaria.

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Dove tutto è cominciato

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Sitt, svegliati, sitt.”

La mano che mi scuote è gentile, la voce è morbida. Con dentro una goccia di urgenza. Fuori è buio, e mi pare di aver dormito poco, troppo poco. Gli occhi mi bruciano. Non sono passati neppure dieci giorni da quando sono arrivata, ma è come se fossero passati anni. Mi tiro a sedere e nella penombra cerco gli scarponcini. Li capovolgo e li scuoto con gesti automatici, prima di infilarli. Il freddo del deserto mi penetra nella carne quando esco. Punture di mille spilli che mi bruciano la pelle nuda delle braccia. Torno dentro a cercare la camicia di flanella, ho le dita così gelide che non riesco neppure a chiudere i bottoni.

Saida, la donna che mi ha svegliato, sembra essere inghiottita dal buio. Le donne badawi, avviluppate in abiti scuri, hanno questa strana capacità di dissolversi nell’ombra, senza rumore. Le voci, poco più di un brusio, vengono dalla tenda più grande, l’unico posto in cui c’è luce. Penso che qualcuno stia male. Forse uno dei bambini, per questo mi hanno svegliato. Non è raro che accada: mal di pancia, mal di denti, mal d’orecchio. Invece nella tenda ci sono solo tre uomini, seduti sui tappeti, a bere shai, the caldo e dolce fatto con la menta. Selim, il marito di Saida, e Ahmed, il marito di Abir, indossano la solita galabia e la kefia, il terzo veste all’occidentale. Hanno visi gravi, compunti. Mi offrono il the e lo bevo in silenzio. So perché il terzo uomo è qui.

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Il punto

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Non sono arrivata fin qui per questo. Per tanti motivi, sì, ma non per questo. La sola idea mi lega una pietra nera nello stomaco e tutto il mio essere, la mia essenza, si ribella. E sono costretta a fare una scelta. Lo so, anche un no lui lo accetterebbe. Farebbe finta di nulla, lo imputerebbe alla mia insicurezza, a centomila problemi oggettivi, e non capirebbe.
Non è questo, l'uomo che mi ha portato via, quel giorno. E non gli basta la riconoscenza, si aspetta altro. Vuole qualcosa che io non ho più, o non so dargli. Siamo arrivati al punto, ed io ho bisogno di guardarmi nello specchio e frugarmi dentro alla ricerca di ragioni. E più frugo, più scavo, più vado a fondo, più mi accorgo che non ci sono ragioni, e quelle che trovo sono tutte le stesse, tutte le solite, medesime, banali ragioni.
Eppure le sento urlare, ogni volta nuove. Ne esamino una, e mi sembra sempre di trovarla nuova, diversa, non la solita ragione che ho sempre conosciuto.

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L'impotenza appresa: ecco perché nessuno si ribella

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Qualche tempo fa, durante un esperimento di laboratorio, uno psicologo notò un fenomeno piuttosto strano. L’esperimento consisteva nel somministrare una scossa elettrica ad alcuni topi chiusi in gabbia e senza vie di fuga. Inizialmente, gli animali si agitavano cercando di scappare, ma quando si rendevano conto che non potevano, restavano semplicemente immobili. Il fenomeno strano era che, in un esperimento successivo, in cui era prevista una via di fuga, quegli stessi topi non la usavano. Continuavano a rimanere immobili e a subire la scossa. In pratica, i topi avevano “imparato” che non potevano fuggire o evitare la scossa e, anche di fronte all’evidenza contraria, continuavano a restare immobili.

La faccenda era talmente insolita che il ricercatore decise di verificare se il meccanismo funzionava anche sugli esseri umani. Così, prese un gruppo di studenti e li chiuse in una stanza dove c’era un forte rumore, che infastidiva molto e sembrava provenire da un pannello pieno di pulsanti. Gli studenti provavano a spingere i pulsanti, tentando di far cessare il rumore, ma non accadeva nulla. In seguito, venivano rinchiusi in un’altra stanza, sempre con lo stesso rumore, ma in questo caso premendo i pulsanti il rumore sarebbe cessato. Solo che nessuno li premeva. Anche gli studenti avevano imparato che “non c’era niente da fare”.

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Il conto

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A Malpensa viene a prendermi lui. Sono stanca, sporca, sudata. Per tutto il volo la temperatura di bordo ha fatto concorrenza alla savana e sono avanti di sei ore, per me è notte fonda. Ho voglia solo di una doccia e un letto. In quest’ordine esatto.
Poi lo vedo. Oltre il gate di uscita, in piedi, gli occhi inquieti che scrutano tra la folla. È venuto per me, lo so. Non c’è bisogno che qualcuno me lo dica. Mi avvicino e per un attimo ci guardiamo in un’aria sospesa d’imbarazzo. Una stretta di mano? Un bacio sulle guance? Anche lui resta un attimo sospeso. Poi ci abbracciamo, ma guardinghi, esitanti. 
“Brutto volo, eh?” Mi scarica dalla borsa con la reflex, dalla valigia, mi guarda ancora. Ci avviamo fuori, e tutto ha il sapore del già vissuto, di un passato in cui ogni volta che atterravo a Malpensa lui era lì, al gate di uscita. E mi chiedo come mai sia venuto stavolta, come faceva a sapere che sarei arrivata.
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).